Antonio Del Donno e la pregnanza geometrica

Antonio Del Donno

Nel sovrastimato panorama delle arti contemporanee longevità fa rima con memoria: Antonio Del Donno (Benevento, 1928), liberatosi del peso di apparire, ha scelto di condurre un’esistenza “ai margini”, mai toccato da euforie modaiole, visceralmente legato al proprio mestiere. Una carriera artistica lunga settant’anni non può sondarsi tramite il filtro traduttivo di fulminee occasioni o correnti di corto respiro, ma merita di essere considerata alla luce del suo continuum, rimandando il ricordo a quei luoghi e a quegli spazi vitali nei quali l’artificio nasce e segna l’avvio. A partire da una giovanile sensibilità, tutta protesa alla valenza pregnante del Segno, lungo un progressivo accostamento all’Informale, Antonio Del Donno condivide le fasi d’iniziazione pittorica con Mimmo Paladino e insieme respirano la fascinosa atmosfera di sperimentazione e di azzardo che negli anni Settanta Lucio Amelio ricrea nelle sale dell’omonima galleria partenopea.

Antonio Del Donno

In seguito alla proemiale fase di ricerca e di riflessione intorno al fatto artistico, Antonio Del Donno declina gradualmente sulle proprie tele un linguaggio visivo fatto di geometrie razionali e colori in libertà. Da questa fase in poi la detersione del geometrico attraverso la luce bianca è il demarcatore più nitido del suo tracciato artistico, uno dei possibili leitmotiv che rendono possibile l’immediata identificazione dell’artista col suo prodotto. La soluzione offerta dall’artista campano è un invito a cogliere e collezionare l’originalità e l’essenza della vita. I travagli di un intero secolo sono quelli tracciati sulle tavole e sulle tele, così come i segni del Passato e del Presente sono quelli plasmati in sculture plastiche dalla primordiale sensibilità. L’artista abolisce la distinzione tra armonia principale e accompagnamento e si concede alla pregnanza espressiva della materia-colore, scarnificando l’immagine stessa, riducendola a testimone inerme dell’elaborazione pittorica.

Antonio Del DonnoL’estrinsecazione più immediata di tale processo elaborativo conduce alla definizione di una natura eteroclita, aperta a declinazioni nuove e imprevedibili. Tali proposizioni trovano il conforto dello stesso Del Donno quando afferma che i propri lavorivengono recepiti come un qualcosa che va oltre il semplice fatto retinico…direi che è tutto qui il successo. E il successo, suo e di tutta l’elaborazione gestuale e ponderata, trova ulteriore felice conferma nel gran numero di collezioni pubbliche e private che custodiscono un Del Donno, candidato a divenire iconico. L’essenza di mistero e l’amplificazione del contatto tra le presenze riversate sulla tele sono il risultato della predilezione della varietas materica (da qui l’utilizzo di pastelli, legno, ferro, carta di riuso) in aperta discussione coi più nobili olii, acrilici e le tempere.

Antonio Del Donno

Il mio lavoro è arte e preghiera

l’avvertenza che campeggia nell’opera, che annulla qualsivoglia trama convenzionale, consente di carpire uno dei segreti di Del Donno: la rarità in seno alla verità. Dalle profondità di un candore onirico emerge, a mo’ di epigramma, la sintesi di una vita intera, in modo semplice, rapido, sfrondato, come solo a Del Donno riesce.

Antonio Del DonnoLa tensione al sublime quando si volge il proprio io a qualcosa di superiore è la radice di ogni umana preghiera: ecco la genesi della fortunatissima serie dei Vangeli. Blindare la Parola (si veda la Chiesa degli anni Settanta) è ciò contro cui l’artista inveisce, esprimendosi in una denuncia aperta, esperendo per la prima volta in vita sua una posizione provocatoria e sfidante. La verità, assunta nella dimensione fotografica, pittorica ma anche teologica, è una lezione sull’andare oltre la mera visione tangibile: è un’essenza che impone il proprio esistere già solo con la presenza.

Antonio Del DonnoA tale semantica di liberazione e provocazione propria dell’opera d’arte, in Del Donno si somma il portato autobiografico, trascinato verso un raggiungimento interiore alla radice delle cose riprodotte sulle tele, sulle tavole e nelle sculture. La condanna ad una modernità che troppo spesso prende le distanze dai valori morali e presta il fianco ai beni effimeri si palesa nell’intera esperienza creativa del campano. La caratura nobile del maestro, in apparente contrasto con la povertà dei materiali cui così spesso è ricorso, rende concreta la natura stabilmente ancorata al sociale, al collettivo, rincorsa e raggiunta in un arco di tempo lungo, lunghissimo. In occasione del novantesimo compleanno di Del Donno l’amico Mimmo Paladino ha scritto: “la pittura è sempre giovane, se l’artista resta nello stupore della gioventù. Quanta pittura nata vecchia abbiamo visto!” Presente in oltre 70 musei in tutto il mondo, corteggiato da galleristi e desiderato da collezionisti privati, Antonio Del Donno è la conferma vivente che quando l’indagine è seguita da un’azione originale, autentica, di senso, il riconoscimento non può che essere universale.

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