La serendipità di O.Klit

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Quando un’opera d’arte da autodeterminata diventa determinante? Quando si assiste al movimento di un’emozione dalla tela alla mente dell’osservatore: solo allora l’opera d’arte può dirsi realmente riuscita. Come montagne a picco sul mare, l’assalto creativo di O.Klit (Potenza, 1975) si staglia sul bianco naturale della tela. I suoi lavori riattivano un processo di elaborazione emozionale e spirituale unico nel suo genere, in grado di disinnescare il cortocircuito sensoriale imposto dalla monotona e brutale quotidianità.

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Può darsi che si sia di rado felici. A quel punto non rimane altro se non inventare un meccanismo che faccia sorridere e funzioni così bene da lasciare tutti a bocca aperta: O.Klit fa questo! Quando il riguardante sceglierà di far perdere le proprie tracce lungo i giardini immaginari di O.Klit, popolati come sono da “farfalline”, “allegrotti” e “pesciotti”, “vetturine” e “semaforini”, allora ritroverà se stesso e riconoscerà  in quella coltivazione la motivazione intrinseca per abbandonarsi a pulsioni colorate e profumate. Come il Carrol architetto del Paese delle Meraviglie, così O.Klit costruisce una realtà altra – ma non parallela – che interseca con quella fetta di mondo reale non trasfigurata e contaminata. È tutto qui il gioco dell’arte: a partire dal fenomenico si disegna una parabola immaginaria fatta di vita e, al contempo, di non-vita. La regolazione integrata tra O.Klit e i suoi quadri conduce ad una ricompensa tangibile: permette, cioè, di accettare la realtà per poter godere a piene mani della sua trasfigurazione (coscientemente accolta come valida alternativa).

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Quali variabili conducono a questa dinamica? L’intensità e la persistenza. La prima attiene alla carica tonale e cromatica di ogni suo lavoro (vera e propria marca distintiva), mentre la seconda si alimenta della reiterazione di soggetti-oggetti verso cui l’artista rivela una smaccata predilezione.  Svincolato dalla necessità di riprodurre il fatto così com’è, O.Klit stabilisce stretti legami emotivi e attaccamenti con coloro i quali scelgono di lasciarsi affascinare e guidare nella galassia cangiante fabbricata nella sua officina-laboratorio di Potenza.

OKLITAbbattendo il principio del dinamismo gerarchico, imperante nella società, O.Klit permette alle proprie creature (e a chi sceglie di possederne una) di diventare tutto ciò che si può diventare: una farfalla, un fiore, un volto di donna smettono i panni dell’irrealtà e diventano essi stessi un fatto tangibile, sondabile, indistinguibile nella sua unicità, che è poi l’unicità di ognuno di noi. È la motivazione all’affiliazione, con conseguente perdita dell’isolamento, quella che spinge l’artista lucano a lunghe ore di elaborazione.

Grazie ad una felice concretizzazione delle proprie capacità tecniche, espressive e speculative, O.Klit

artigiano al servizio dell’Arte 

da ormai lunghi anni è l’epigono di una generazione pittorica tesa non già alla sperimentazione fine a se stessa ma a “colonizzare” il panorama visivo di un pubblico che, sempre più attento e perspicace, riconosce in lui il peculiare tratto della duttile singolarità.

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Come un fiore dissetato fino alle radici, l’originalità riflessa dell’artista cresce e si autoalimenta in uno scambio perfetto tra mente e mano, mano e mente. O.Klit bussa alla porta della nostra parte più genuina e destrutturata, portando con sé doni di una purezza indicibile. È arduo immaginarsi la tela nuda prima dell’intervento operoso di O.Klit: questo è o non è un pieno successo? Lasciare che la nostalgia di un mondo vivace e brillante svanisca dopo aver posato lo sguardo sui suoi lavori può sembrare impossibile, ma l’attimo eterno generato dal contatto visivo con l’opera d’arte è una reiterazione di sentimenti dolci e nobili, semplici e veri. Una primavera lungamente attesa prende forma nella mente del pittore per poi mirabilmente tradursi in una estate di sogni vissuti e spensierati pensieri. O.Klit non ha paura di crescere. Tutto il resto sono solo parole.

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